Anni Venti, il decennio per la pace e l’ambiente?

Gli anni dieci si sono conclusi in modo negativo, soprattutto per chi sperava di costruire un futuro di pace e verde. Siamo stati incapaci di proteggere l'essere umano e la natura dall'avidità del consumismo e dall'ideologia capitalista. La realtà si…

Gli anni dieci si sono conclusi in modo negativo, soprattutto per chi sperava di costruire un futuro di pace e verde. Siamo stati incapaci di proteggere l’essere umano e la natura dall’avidità del consumismo e dall’ideologia capitalista. La realtà si è rivelata molto diversa, in tutta la sua “cruda” verità.

Un mondo in guerra

Il 2019 ha visto crescere i conflitti nel mondo, in quanto, a fronte di qualche miglioramento in alcuni paesi, nella sottostante immagine colorati di verde, aumentano quelli in cui peggiorano le condizioni di vita a seguito di un aumento della violenza per guerre interne di carattere internazionale, colorate di rosso. A quest’ultimi paesi colorati di “rosso” si potrebbe aggiungere, a breve, anche la Libia.

Le aree in crisi nel mondo al 31 dicembre 2019 (Fonte crisiswatch.org).
Le aree in crisi nel mondo al 31 dicembre 2019 (Fonte crisiswatch.org).

L’atomica e le altre armi da guerra

La guerra è divenuta sempre più pericolosa perché, come strumento di azione politica ed economica, oggi si avvale di una potenza che solo venti anni fa non potevamo immaginare. Oltre all’incubo dell’uso delle armi nucleari, sulla cui immoralità si è espresso il Papa ad Hiroshima e Nagasaki, durante il viaggio in Giappone nel mese di novembre, le guerre stanno divenendo il campo su cui sperimentare le armi comandate da remoto, come i droni militari, che rendono virtuale qualsiasi attacco in territorio nemico. A questo si aggiungano le nuove guerre informatiche, capaci di distruggere le relazioni sociali e politiche, manipolando l’opinione pubblica. Chi non ricorda Cambridge Analytica e l’uso dei dati disponibili sui social per influenzare le intenzioni di voto in Occidente?

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La vergogna della guerra in Yemen

La guerra in Yemen rappresenta per le democrazie europee una vergogna, in quanto si è preferito commerciare piuttosto che promuovere la pace, che appare ormai un miraggio, uno slogan pubblicitario. Nella sostanza, il “finché c’è guerra, c’è speranza” è ancora il vero motto valido. L’esempio più significativo per tutta l’Europa è la questione delle armi prodotte in Italia da una società tedesca, la RWM, e vendute all’Arabia Saudita per essere impiegate anche in Yemen. Questa guerra, come le altre, miete vittime fra i bambini e la società civile, portando morte e miseria e generando odio verso il prossimo.

Immagine presa della pagina 4 di Avvenire del 2 gennaio 2020

Un mondo in fiamme

Il 2019 è stato un anno nero per l’ambiente, con un diffondersi degli incendi nelle foreste più importanti del mondo: in Amazzonia, in Siberia, in Africa e da ultimo in Australia. I numeri del 2019 raccontano che sono aumentati gli ettari bruciati rispetto agli anni passati, per il consumo esasperato delle risorse, come già scritto in questo post “Amazzonia, Siberia e Africa: la nostra responsabilità!“. Al centro i cambiamenti climatici e l’impatto dello sviluppo economico e tecnologico sull’ambiente: l’aumento dei rifiuti è solo la fine di un percorso lineare di crescita ad ogni costo che sfrutta prima di tutto l’ambiente e, successivamente, le persone.

Il capitalismo, l’ideologia della crisi

Il capitalismo mette in crisi la natura ed il lavoro e, come sostenne Walter Benjamin nei suoi Scritti Politici:

oggi, tre tratti sono riconoscibili in questa struttura religiosa del capitalismo. In primo luogo il capitalismo è una pura religione cultuale, forse la più estrema che si sia mai data. (…) Sotto questa prospettiva, l’utilitarismo ottiene la sua tonalità religiosa. A questa concrezione del culto è connesso un secondo tratto del capitalismo: la durata permanente del culto (…) non vi è alcun “giorno feriale” (…). Questo culto, in terzo luogo, genera colpa. Il Capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza. (…) Un’immane coscienza della colpa, che non sa purificarsi, fa ricorso al culto non per espiare in esso questa colpa, ma per renderla universale, ma martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere Dio stesso in questa colpa (…).

W. Benjamin, Scritti Politici. Le opere n. 1, trad. it. di Massimo Palma, Editori Riuniti, Roma, 2011, pp. 83-85.

Il fallimento della COP25 ed i cambiamenti climatici

Le lotte dei giovani studenti contro i cambiamenti climatici, che spesso per comodità chiamiamo giovani del FridaysForFuture, si uniscono a quelle condotte da moltissime piattaforme sociali contro le fonti fossili di energia, come il movimento internazionale nato da degli studenti universitari statunintensi nel 2008, che si riconosce nel nome di 350.org (il numero “350” è stato scelta in quanto rappresenta la corretta concentrazione di diossido di carbonio per milione nell’atmosfera). Ma queste “sentinelle” della natura, indicano i problemi da affrontare e le possibili soluzioni. Ma, la politica sembra seguire, nei fatti, la medesima strada dello sviluppo ad ogni costo che ci ha condotto fino a qui.

A confermare questa convinzione, l’esito fallimentare della COP25, la 25° Conferenza sul clima, tenutasi a Madrid nel mese di dicembre. Le conferenze sui cambiamenti climatici si alternano dopo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite, UN-FCC, nata il 9 maggio 1992 a New York e firmata da più di 150 Paesi, compresa l’Unione Europea, nel corso del famoso Summit climatico di Rio de Janeiro dello stesso anno. Il nodo dello scontro è stata la regolazione globale del mercato del carbonio, mediante un meccanismo economico per lo scambio di quote. I paesi in forte sviluppo, Brasile, India e Cina, assieme agli Stati Uniti, Australia, Giappone e Sudafrica, non sono disposti ad abbassare le emissioni di gas ad effetto serra, sopportando nuovi sacrifici. Inoltre non sono progrediti i negoziati sul cosiddetto meccanismo di Varsavia, che prevede trasferimento di fondi e tecnologia fra i paesi economicamente più ricchi ed i paesi più poveri.

Papa Francesco e l’attenzione alla casa comune.

In questo contesto, il messaggio del Santo Padre Francesco per la celebrazione della Giornata Mondiale della pace, introduce una frase chiara per il futuro: un cammino di speranza! Come afferma Papa Francesco:

non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura.

Papa Francesco, Messaggio del Santo Padre Francesco per la celebrazione della Giornata Mondiale della pace 2020.

Lavoro, pace e ambiente vs. guerra e consumi

Riprendendo alcuni concetti chiave del testo di Papa Francesco, la pace mondiale non si può costruire sull’instabile equilibrio delle armi nucleari e la cura della casa comune non si può conciliare sulla cultura dello scarto, sia umano che della natura. La guerra, infatti, è lo strumento attraverso cui si manifesta il desiderio di possesso e la volontà di dominio, alla base dell’ideologia capitalista in cui ci troviamo. Solo la memoria storica, testimoniata in un clima di ascolto reciproco, può aprire e tracciare un percorso di pace per le future generazioni. Solo la costruzione di una “gioiosa sobrietà della condivisione” potrà porre le basi per una conversione ecologica, intesa nel senso di un umanesimo integrale.

Per uscire dalla spirale di “guerra, crescita continua e consumismo”, bisogna riprendere la capacità di perdonare e ricominciare, basando questo perdono sulla ricerca della carità nella verità, come ben invitava Papa Benedetto XVI nella sua enciclica “Caritas in veritate”. Bisogna superare il senso di colpa incancellabile, alle fondamenta della società della paura, riaprendo le porte alla speranza.

Buon 2020 a tutti!

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