Ricordi… il camminare

Il camminare liberi senza il vincolo del tempo, senza un obiettivo, è la migliore medicina per un mondo che vive correndo verso la massimizzazione di ogni singolo momento delle nostre vite. In queste settimane di chiusura forzata per l'emergenza mondiale…

Il camminare liberi senza il vincolo del tempo, senza un obiettivo, è la migliore medicina per un mondo che vive correndo verso la massimizzazione di ogni singolo momento delle nostre vite. In queste settimane di chiusura forzata per l’emergenza mondiale dovuta alla diffusione del coronavirus, stiamo sperimentando un cambiamento “forzato” della quotidianità. I media, attraverso le parole ed i ragionamenti di esperti, spiegano che non si ritornerà alla vecchia normalità. Molti auspicano una riconversione ecologica, altri un ritorno al passato, altri un futuro fondato sulla paura e la chiusura nazionalistica. Cosa succederà? Nessuno lo sa, ma molto stanno ponendo le basi per il futuro.

#iorestoacasa

Queste giornate scandite dal motto #iorestoacasa stanno stravolgendo la “normalità” artificialmente creata dal secondo dopoguerra. Abitudini lentamente costruite hanno anestetizzato l’umanità in una routine costruita su poche semplici certezze per tutti: la sicurezza di una vita già tracciata dall’inizio alle fine, nel bene e nel male. Una vita semplicemente falsa, stravolta dall’egoismo, in cui i sentimenti più profondi dell’uomo si sono mescolati e rovinati nell’incontro con due elementi fondanti questa nostra società: il consumo ed il profitto. A fermare tutto è arrivato il Covid-19. La pandemia è entrata velocemente nella vita sociale, si è diffusa la paura quando gli ospedali sono entrati in sofferenza e una visione cinica della vita ci ha fatto assistere alla scelta di chi far vivere e di chi condannare ad una morte dolorosa. In questi giorni, poi, il lockdown ci ha fatto assistere allo stop della macchina produttiva del paese, creando uno shock generale da cui ancora non ci siamo svegliati.

Si spegne la produzione, manca la libertà?

La libertà, che niente può rappresentare così bene come il passeggiare nella natura, è vissuta essenzialmente ai nostri giorni come uno svago per evadere dallo stress delle città. Un senso sbagliato che, oggi più di ieri, non rende l’idea del vero e profondo significato del camminare. Allora per ricordare che oggi è la giornata della terra, che si celebra ogni 22 aprile (per approfondire questa ricorrenza clicca qui), condivido con voi, senza commenti, il ricordo di una passeggiata recente, come racconto personale di un piccolo viaggio nelle contraddizioni della mia giornata.

Camminare

Una bellissima giornata d’inverno a metà del mese di febbraio. Una giornata ed un periodo personalmente “storto”. Il desiderio di interrompere tutto, le corse giornaliere per il lavoro, per il libro, gli impegni lavorativi e culturali, la routine quotidiana sempre da rivedere per nuovi impegni. Tutti gli appuntamenti programmati ora per ora da rivedere per nuovi problemi ed imprevisti… insomma mi trovo senza macchina in aeroporto, non mi va di scomodare nessuno per un passaggio, non voglio prendere i mezzi pubblici. Decido di camminare a piedi per rilassarmi e riflettere. Davanti a me il cartello che indica il percorso dell’Appia Antica. Sono anni che non lo faccio, mi ripeto ogni volta che voglio farlo, perché no? Ho bisogno di fermarmi, cosa c’è di meglio di una passeggiata per rimanere solo e tranquillo con i miei pensieri? Una camminata non programmata, non pianificata, al di fuori degli impegni! Mi sono ritrovato quindi per strada, ascoltando il rumore dei miei passi e godendo di un paesaggio che non ho mai visto con quella lentezza: una bellezza che mai avrei potuto apprezzare in auto.

L’ingresso del parco dalla strada che porta all’aeroporto di Ciampino

La passeggiata

Camminando, le preoccupazioni sono, passo dopo passo, svanite, lasciando il posto ad una serie di riflessioni sulla bellezza della natura rispetto al caos cittadino. Un percorso fra campi coltivati, capannoni, terreni incolti, poi strade, ferrovie, ruderi, piccoli ponti, sottopassi fino ad arrivare in un piazzale, alla fine del percorso. Una strada, comunque, spettacolare nella sua particolarità. Guardandomi intorno, mi è venuto subito in mente un passaggio dell’introduzione al libro di Von Eichendorff, Vita di un perdigiorno:

Comportarsi come uccelli per i boschi di una primavera ininterrotta (anche se si è certi di essere come uccelli «ai quali siano state bagnate le ali») equivale ad opporre forse l’ultimo spazio disponibile della propria interiorità di borghesi in incognito (…) a quella seconda natura che è la società, in cui il volo e il viaggio verranno sempre più duramente interdetti a chi non s’inserisca nella morsa della produzione. (…) ciò che ai nostri occhi redime il Taugenichts e permette a lui stesso di godere della felicità è la sua fede cieca (quasi da cattolico intransigente) che qualcosa accadrà a chi non si crogiuola nelle proprie rovine.

G. SCHIAVONI, Eichendorff e l’«idillio» lacerato, in J. VON EICHENDORFF, Vita di un perdigiorno, p. 16.

La “velocità” del passato e…

Mentre cammino, saluto tutti i passanti, come solitamente non faccio mai lungo il percorso casa-lavoro. Molti risalutano, come si faceva ai tempi dei miei nonni, con molta cortesia ed educazione, altri guardano straniti, accennando un saluto con la testa o guardandomi in cagnesco! Normale, penso, e tiro avanti. Mi stupisce vedere una campagna a me estranea mentre avanzo, capannoni mai visti, terreni coltivati e ruderi del passato, circondati da alberi che lambiscono la strada, per alcuni tratti ancora romana. Sullo sfondo i Castelli Romani e sulla sinistra la nuova Appia, i cui rumori sembrano molto lontani. Ad un certo punto, nella solitudine di alcuni minuti, una figura in lontananza avanzava verso di me. In una strada cittadina, nulla di strano, ma in quel silenzio cominciano ad affiorare paure sopite: chi sarà? E se è un violento? Più ci avviciniamo, più aumentano i pensieri, chi me lo ha fatto fare? Non potevo chieder un passaggio a parenti o amici? Mentre i pensieri vanno per i fatti loro si incrociano i nostri sguardi nella totale indifferenza. Continua il percorso e arrivo a Santa Maria delle Mole. Cambia il paesaggio, la strada si interrompe e devo attraversare una strada comunale piena di auto in fila al semaforo. Mi sembra di aver fatto un brusco salto temporale.

… la “velocità” del presente!

La strada diventa meno curata, la nuova via Appia corre troppo vicino e la si vede benissimo. Rovi e sterpaglie ovunque ma, in lontananza, una bellissima torre. Il rombo di un aereo decollato dall’aeroporto di Ciampino ricorda la prossimità di un altro tempo. Sorrido, ho spento la tecnologia per vivere un silenzio estraneo alla giornata e, la stessa tecnologia, un aereo, mi ricorda di ritornare online! Disattivo la funzione aereo del cellulare e, dopo due ore di passeggiata tranquilla, la quotidianità si presenta prepotentemente con telefonate senza risposta e messaggi sui social. Ma, se questo contrasto è parte della nostra vita e ci permette di vivere questo benessere, qualcosa non funziona. Qualcosa non va. Sento, nel profondo, che questa velocità non è umana, è tecnologica, informatica, cibernetica, ma non umana. Guardo il parcheggio e vado oltre, ma subito mi fermo a guardare ai lati. Ho una prima risposta alla sensazione che qualcosa non vada.

Consumiamo e rifiutiamo

Il parcheggio è una discarica, rifiuti in molto angoli, anche sotto i cartelli che indicano il divieto di gettare rifiuti. Me ne vado riflettendo che a poche decine di metri ci sono case e persone che convivono con il rumore dei numerosi voli che decollano dall’aeroporto, con il rumore del traffico dell’Appia e con i rifiuti gettati a terra, ma sono ad un passo da una strada antica meravigliosa. Questa contraddizione forte è la contraddizione del presente. Abbiamo la bellezza a portata di mano, ma siamo troppo presi dal giocattolo sociale che abbiamo creato e che alimentiamo da non accorgercene più. Mi è ritornata in mente la parte finale di una filastrocca di Gianni Rodari:

Tanta gente non lo sa
non ci pensa, non si cruccia
la vita la butta via
e resta soltanto la buccia

Gianni Rodari, “Il signore di Scandicci”, pubblicata nella raccolta “Ci vuole un fiore” del 1977.
L’accoglienza della società dei consumi vicino alla Regina viarum!

Una riflessione finale

In questa giornata dedicata alla terra, in questo periodo di emergenza, non sembra essere cambiato nulla. Ma cambierà la nostra esistenza, anche se non è assolutamente scritto che sia migliore di quella di ieri, soprattutto, dipenderà da tutti noi, soprattutto per realizzare una conversione ecologica.

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