COP26 di Glasgow: FLOP o percorso di conversione?

COP26 di Glasgow: FLOP o percorso di conversione?

La COP26 di Glasgow si è conclusa il 13 novembre, ed è stata sicuramente la conferenza più seguita dai media. Un luogo in cui hanno lavorato molti delegati in maniera appassionata, affiancati da uno spettacolo in cui hanno recitato molti attori. I leader mondiali, con le loro promesse altisonanti, gli imprenditori, con le loro soluzioni, e degli attori non invitati, i manifestanti, tra cui i giovani del Fridays For Future e di Extinction Rebellion.

Una domanda resta sospesa, a cui molti hanno provato a dare risposta: cosa ha cambiato realmente la COP26? Proviamo a dare una risposta, partendo dalle considerazioni fatte su questo blog durante la COP26 (Per leggerle, clicca qui). Se per molti è stato un fallimento, bisogna anche comprendere che, nonostante i suoi limiti, ha lasciato una base su cui poter edificare nel prossimo futuro.

Le Conferenze delle Parti sono un utile strumento per costruire una reale volontà globale di cambiamento. Gli scogli da superare sono rappresentati dalla realpolitik politica nei rapporti internazionali, fondati su competizione e conflitto, e una società globale consumistica ed egoista. Questo non permette di comprendere che tutto è connesso e che un reale percorso di conversione ecologica necessita di creare le basi del ben vivere, cambiando il modello attuale di sviluppo.

Il tweet di Elizabeth Wathuti 🇰🇪 della sera del 13 novembre 2021 su Twitter

Gli obiettivi della COP26 di Glasgow

La Conferenza delle Parti di Glasgow è partita con un enorme peso mediatico, quello di superare i risultati raggiunti alla COP21 di Parigi del 2015 ed ascoltare le richieste dei giovani che da due anni si impegnano chiedendo un reale cambiamento per salvare il pianeta ed il loro futuro. Gli obiettivi ambiziosi prefissati, sono stati solo in parte raggiunti al termine dei lavori. Le azioni intraprese con il documento finale del Glasgow Climate Pact (Clicca qui per leggere il documento dell’UNFCCC) possono essere sintetizzate con 4 verbi, riprendendo i termini usati dalla presidenza inglese della conferenza:

  1. Mitigare gli effetti dello sviluppo, attraverso l’azzeramento delle emissioni nette a livello globale entro la metà del secolo e la limitazione dell’aumento delle temperature a 1,5°C rispetto rispetto ai livelli preindustriali;
  2. Adattare i modi con cui una parte di umanità cresce economicamente e tecnologicamente alla salvaguardia delle comunità e degli habitat naturali;
  3. Finanziare la transizione, soprattutto per i paesi in via di sviluppo.
  4. Collaborare, dando piena attuazione agli accordi di Parigi.

La conferenza stampa congiunta USA-Cina

La conferenza stampa congiunta fra Stati Uniti e Cina, tenutasi il 10 novembre, verso il termine dei lavori della COP26, è stata la spinta per concludere con qualche risultato la COP26. Il testo finale delle due grandi potenze è stato una base fondamentale per costruire il Patto di Glasgow sul Clima. La successiva telefonata fra i due leader, il 16 novembre, ha chiarito, inoltre, il ruolo delle promesse pronunciate a Glasgow. Le iniziative da prendere e la strada congiunta da percorrere per affrontare i cambiamenti climatici, rappresentano un utile strumento di diplomazia in grado di creare un contesto comune trovare, in un periodo di forte contrasto dal punto di vista geopolitico, percorsi di collaborazione, dove costruire una via per l’apertura di un dialogo di pace. Sicuramente non è poco.

Mitigare: gli NDC

L’impegno di limitare l’incremento della temperatura globale entro gli 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, è stato scritto chiaramente nel Patto sul Clima di Glasgow, superando il più generico riferimento di Parigi a rimanere sotto i 2°C. Ma è un obiettivo che può essere raggiunto, come ha sottolineato il presidente Boris Johnson, solo con l’impegno di tutti i paesi. Proprio l’impegno dei paesi è il vero tallone d’Achille. Se sarà più semplice verificare il lavoro svolto per realizzare gli impegni presi attraverso gli NDC, Nationally Determined Contribution, il documento che illustra le azioni che ciascun paese pianifica per ridurre le emissioni nazionali e raggiungere gli obiettivi contenuti negli Accordi di Parigi. Ma molte delle decisioni sostanziali sull’argomento sono state rinviate al 2022, alla COP27 a Sharm El-Sheikh. Alla conferenza non è mai realmente entrato un argomento fondamentale per qualsiasi accordo, il principio di equità e di responsabilità differenziata fra i paesi, fra chi ha cagionato questa crisi e chi l’ha subita. La questione degli aiuti ai paesi in via di sviluppo, non è solo una questione climatica, ma di giustizia verso popolazioni che pagano le conseguenze del nostro sviluppo. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti gli occidentali con l’emigrazione di massa di persone in cerca di un futuro migliore. Se la risposta dei paesi ricchi è alzare muri, respingere e reprimere, di fronte alla crisi ecologica, la risposta è la medesima e verrà riproposta ad ogni incontro istituzionale. Questa è la chiave per leggere le COP.

Quindi, a Glasgow, il limite del 2050 per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di gas serra da attività umane non è stato fissato espressamente, convenendo verso un riferimento temporale verso la metà del secolo. Si è riusciti ad inserire, però, una riduzione delle emissioni di emissioni globali di anidride carbonica immesse nell’ambiente del 45% al 2030. Purtroppo le azioni di mitigazione hanno risentito dell’azione dei paesi in via di sviluppo, ed in particolare dell’India con l’appoggio della Cina, perché, di fronte alla mancanza di sostanziali aiuti dei paesi più ricchi, l’accordo sull’uscita dall’uso del carbone per produrre energia elettrica sarebbe stato troppo oneroso per i paesi più poveri. Perciò l’accordo è stato rivisto inserendo l’impegno alla diminuzione dell’uso del carbone per la produzione di energia negli impianti non in grado di abbattere gli inquinanti. Il problema, non affrontato per l’approccio egoistico generale, è tutto chiuso nella possibilità da parte dei paesi in via di sviluppo di poter accedere alla loro parte di sviluppo, senza compromettere la loro crescita in nome del contenimento dei cambiamenti climatici. Purtroppo, già oggi si registra un aumento delle temperature medie, rispetto ai livelli preindustriali, di 1,1°C. I paesi del sud del mondo chiedono di poter avere le stesse possibilità di chi le ha precedute, utilizzando la migliore tecnologia grazie all’assistenza dei paesi sviluppati. Dovremo attendere ancora per avere un impegno reale per l’uscita dall’uso del carbone.

Mitigare: Foreste ed ecosistemi

La stessa sorte è toccata, nei fatti, alla creazione di un accordo per proteggere e ripristinare gli ecosistemi. La Dichiarazione dei capi di stato e di governo su foreste e uso della terra, si pone gli obiettivi di ripristinare le foreste, contrastando la deforestazione, e di promuovere un uso sostenibile della terra, rivedendo le pratiche agricole e rispettando gli usi delle popolazioni native. Ma questi impegni diverranno operativi dal 2030. Quindi in questi 8 anni si potrà continuare con il trend attuale, fatto di deforestazione e agricoltura intensiva. Sicuramente il punto di non ritorno si raggiungerà prima del 2030, sia per l’Amazzonia, sia per le altre foreste, tra cui quella della Repubblica Democratica del Congo, dove la guerra per le risorse, che si protrae ormai da troppi anni, non permette in alcun modo di proteggerle. Inoltre, nessuno si è posto il problema di come questa dichiarazione si possa conciliare con la privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua, e l’agricoltura intensiva. Questo accordo appare più una dichiarazione, nei fatti, vuota, visto anche come in questi giorni stia accelerando la deforestazione in Brasile, ad un ritmo impressionante. Brasile che ha firmato l’impegno!

Mitigare: superamento lento delle fonti fossili di energia

L’obiettivo di raggiungere la transizione verso trasporti su gomma ad energia elettrica nei mercati avanzati nel 2035 e negli altri paesi nel 2040, rappresenta l’iniziativa più plausibile, che permetterebbe di ridurre del 10% le emissioni globali di gas serra. Ma quest’ultima iniziativa, non presupponendo alcun cambiamento nei modi di consumare, sposterebbe il problema dall’uso di fonti fossili per muovere le auto al problema di come procurarsi tutta l’energia necessaria per spostarsi. Aprendo al problema di come sostituire le fonti fossili. Se i movimenti ambientalisti e molti paesi spingono sull’uso delle energie rinnovabili, altri paesi puntano sull’uso dell’energia nucleare, con tutti i problemi relativi all’impatto ambientale di questa tecnologia. Ma si apre anche il problema del reperimento di quelle materie prime strategiche necessarie per la costruzione degli accumulatori di energia e della tecnologia necessaria per la produzione dalle rinnovabili, che tanta devastazione e guerra stanno provocando nei paesi poveri, come Brasile, Repubblica Democratica del Congo, e, in generale, in Africa, Sud-Est asiatico e Latino-America.

Lo sguardo unilaterale ad una sola questione, quella climatica, non permette di uscire da una spirale di guerra per le risorse, perché bisogna mettere al centro la convinzione che tutto è connesso. Su questo tema, con la definizione di una tassonomia per la transizione ecologica, si sta confrontando l’Unione Europea, la quale ha deciso di inserire fra le fonti energetiche sostenibili e finanziabili anche l’energia nucleare e quella prodotta con la combustione del gas, decidendo di preservare la propria economia ed il proprio sviluppo. A questo proposito, la COP26 è stata la prima ad occuparsi dell’impatto del gas, compreso il metano, e prevedere, in uno specifico punto nel Glasgow Climate Pact, l’invito ai paesi partecipanti di considerare la riduzione del 30% delle emissioni derivanti dall’uso del gas, compreso il metano. Questo fa capire che gli impegni presi in COP, vengono poi interpretati secondo gli interessi egoistici dei paesi.

Tutte le azioni per mitigare l’effetto dello sviluppo sul clima si scontrano con un sistema economico basato sul conflitto e sul consumismo. Questo rende tutto le decisioni prese così ampie da non permettere di cambiare realmente il modo con cui stiamo devastando la nostra casa comune.

Adattare e Finanziare

La COP26 ha cercato di promuovere l’adozione di strumenti finanziari e di trasferimento di tecnologia per convincere le nazioni in via di sviluppo a intraprendere la via della transizione ecologica per contrastare i cambiamenti climatici. Nonostante gli sforzi per convincere i paesi ricchi che, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19, i bisogni dei paesi più poveri sono aumentati e non possono essere in grado di sostenere lo sforzo di una transizione da soli, nessun passo avanti sostanziale è stato fatto. Ne sono prova le azioni compiute dall’India, anche in nome e per conto degli altri paesi in via di sviluppo. Purtroppo, i paesi sviluppati che nel 2009 avevano stabilito di stanziare 100 miliardi di dollari l’anno dal 2020 al 2025 per finanziare la riduzione delle emissioni da fonti fossili dei paesi in via di sviluppo ed il loro adattamento tecnologico ai cambiamenti climatici in corso, non hanno ancora mantenuto i loro impegni. Inoltre, l’atteggiamento tenuto rispetto alla condivisione dei vaccini per combattere la devastante pandemia in corso, ha lasciato intendere che non ci sarà alcuna condivisione reale di tecnologia per contrastare le perdite ed i danni che i paesi in via di sviluppo stanno subendo e subiranno. Per ridurre la vulnerabilità dell’umanità verso i cambiamenti in corso, la certezza dei finanziamenti e la condivisione delle conoscenze acquisite dai paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo dovrebbero divenire il nuovo modo di intendere la solidarietà, basata sul principio che si è tutti sulla stessa barca. Purtroppo, però, lo spirito di competizione e di opportunismo che guida le relazioni internazionali, non ha permesso di cambiare lo sguardo verso il futuro, che resta molto incerto.

Collaborare

Il lavoro dei delegati ha portato a compimento i contenuti ancora non definiti nell’accordo di Parigi. Questo è uno dei punti più importanti, perché sono state definite le ultime questioni aperte, sintetizzabili, sostanzialmente, in tre punti:

  • le parti dell’articolo 6 riguardanti la cooperazione volontaria, un nuovo meccanismo del mercato dei crediti del carbonio e una definizione degli approcci non mercantili per costruire un reale approccio di collaborazione fra tutti i paesi;
  • l’articolo 4, paragrafo 10, per delineare un comune arco di tempo per la presentazione degli NDC, Nationally Determined Contribution;
  • l’articolo 13 per la definizione di un trasparente framework comune per comunicare i dati relativi alle emissioni, alle azioni intraprese ed al raggiungimento degli impegni presi.

Tutti questi punti, apparentemente di poca importanza, avranno invece un impatto per capire meglio dove sta andando il mondo e, quindi, saranno uno strumento importante per costruire una transizione ecologica con un linguaggio comune a livello mondiale, limitando il rischio di difformità fra i dati dei diversi paesi, creando la consapevolezza della necessità di agire in unità e solidarietà.

Le COP, la conversione ecologica e le spese militari

Le Conferenze delle Parti sono un utile strumento per costruire una reale volontà globale di cambiamento. Lo scoglio più grande da superare è rappresentato dalla diffusione dell’idea di realpolitik nei rapporti internazionali, fondati sulla competizione ed il conflitto. Questo atteggiamento, assieme ad una società globale consumista ed egoista, non permette di comprendere che tutto sia connesso e, quindi, di costruire un reale percorso di conversione ecologica, necessaria non solo per affrontare il cambiamento climatico, ma per creare le basi per ben vivere. A questo proposito, un piccolo esempio di come si potrebbe affrontare praticamente la crisi che stiamo vivendo è l’appello dei 50 premi Nobel. Loro hanno chiesto alle potenze mondiali di proporre un accordo internazionale per ridurre del 2% le spese militari in ogni paese per 5 anni, liberando in questo modo risorse per mille miliardi di dollari che potrebbero essere impiegate per costruire un futuro per le nuove generazioni, attraverso il finanziamento dei problemi più gravi: la pandemia, la crisi climatica, l’estrema povertà. Inoltre sposterebbe risorse dalla ricerca militare verso la ricerca rivolta alla costruzione del bene comune, aprendo la strada alla costruzione di una società diversa, capace di aprirsi alla conversione integrale. In questo modo, gli impegni presi nelle diverse Conferenze delle Parti potrebbero tradursi in pratica. Altrimenti, a guidare le politiche ambientali sarà solamente le convenienze egoistiche di ogni paese. I risultati di questo atteggiamento sono sotto gli occhi di tutti noi, in quanto non hanno contribuito a costruire il bene comune, ma hanno desertificato l’umanità e la casa comune, il pianeta in cui viviamo.

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