Cos’è l’ecologia integrale?

L’ecologia integrale è un approccio complesso alla crisi ecologica perché affronta contemporaneamente la crisi economica, sociale e ambientale che stiamo vivendo. Le radici di questo approccio vanno cercate in un percorso lungo tutto l’Ottocento e Novecento compiuto dall’uomo, a cui la Chiesa ha prestato attenzione cercando di comprendere le piaghe che hanno segnato l’umanità nel recente passato.

La crisi attuale è una crisi dell’essere umano

La crisi attuale non è, quindi, una crisi ambientale, ma è una crisi dell’essere umano rispetto alla sua ambizione di superare i limiti naturali attraverso la tecnica, costruendo una frattura profonda fra esseri umani e con la natura. Infatti, sin dagli anni Sessanta si è parlato di limiti allo sviluppo, di sostenibilità, di demografia fino ad arrivare ad argomenti più ecologici come il buco nell’ozono, l’effetto serra ed i cambiamenti climatici. Si è provato a regolare ed amministrare questi problemi a livello internazionale, attraverso grandi summit ed importanti trattati, ma tutto è scivolato via tra testi con scarsi effetti e grandi proclami. Il problema più grande che si è affrontato il problema con un approccio ideologico e con uno sguardo miope, che non ha mai pensato politicamente ed economicamente al problema nella sua complessità.

Il vuoto culturale

Il vuoto culturale in cui ci troviamo, che vuole cambiare tutto a parole senza nulla cambiare nella sostanza, ha permesso solo di guadagnare a chi non vuole cambiare nulla e cerca di spostare il problema ed i costi sulle generazioni successive. La proposta della costruzione di un’economia integrale, a partire dalla lettera enciclica “Laudato si’” di Francesco, è una soluzione importante che molti continuano a non capire. Nonostante sia molto semplice da capire, essa è molto difficile da mettere in pratica, perché richiede un profondo cambiamento e, proprio il cambiamento metterebbe in discussione tutto quello che abbiamo costruito fino ad oggi.

L’attuale crisi ecologica

I primi segnali di crisi del rapporto fra uomo e tecnologia, utilizzati per costruire il modello economico in cui viviamo, sono stati evidenti nel mondo del lavoro, sia nei rapporti fra lavoratori ed imprenditori, sia nelle condizioni di vita degli operai. I primi segni di degrado ambientale e di ingiustizia provengono dal mondo operaio. Costretti ad un lavoro che ne consumava la vita, sacrificata per la massimizzazione del profitto e della crescita continua, ha avuto nello scontro fra sindacati ed imprenditori un primo segnale che il sistema economico fosse umanamente insostenibile, ma questa considerazione fu ridotta al silenzio dal progresso economico e tecnologico impetuoso. Eppure bastava vivere nelle città industriali e nelle residenze degli operai per comprendere che anche la natura era una delle vittime della produzione: le strade erano maleodoranti e l’aria era irrespirabile per i fumi delle fabbriche.

Inoltre questo modello conflittuale di costruzione dei rapporti sociali, ha informato anche i rapporti fra gli stati, generando una corsa agli armamenti per garantire l’approvvigionamento di risorse per la macchina industriale, generando una competizione per la conquista del potere alla base dei due conflitti mondiali. Proprio la fine della Seconda Guerra Mondiale, con l’esplosione delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, ha chiarito a tutti che la tecnologia poteva non essere più al servizio del bene comune dell’umanità, ma era in grado di distruggere l’esistenza dell’essere umano sulla terra.

Il secondo dopoguerra ha visto una crescita economica impetuosa, soprattutto del mondo occidentale, che ha dato vita ad una trasformazione sociale importante, che in un primo momento non è stata ben compresa in tutte le sue conseguenze. Una società ingenua e parsimoniosa ha pensato che si potesse costruire uno sviluppo illimitato, senza capire che si stesse consumando la stessa terra. La società dei consumi ha sedimentando nel tempo nell’imaginario collettivo, divenendo il modello unico per tutte le popolazioni del pianeta. Le culture diverse, come quelle degli aborigeni, divennero una cultura da scartare, in quanto di intralcio allo sviluppo. Quindi la devastazione dell’Amazzonia e delle sue popolazioni, diviene essenziale per la crescita dell’artificiale benessere dei consumi.

Le radici dell’ecologia integrale

L’ecologia integrale è un approccio teorico-pratico che affonda le sue radici in un lungo percorso temporale. Papa Francesco con la lettera enciclica “Laudato si’” ha affrontato il problema della cura della nostra casa comune ed ha proposto una possibile soluzione: l’ecologia integrale. La complessità di questo approccio è il frutto di un percorso di discernimento e ascolto della società iniziato con le encicliche “Mater et Magistra” e “Pacem in terris” di Papa Giovanni XXIII e continuato con Paolo VI, in particolare con la “Popolorum progressio” e la “Humane vitae”, Giovanni Paolo II, in particolare con la “Laborem exercens”, la “Sollicitudo rei socialis” e la “Evangelium vitae”, Benedetto XVI con la “Caritas in veritate”. Solo comprendendo questo lungo cammino, si può capire perché l’ecologia integrale è un approccio complesso e responsabile alla crisi ecologica che stiamo vivendo.

L’ecologia economica integrale

Il mondo economico di fronte alle critiche allo sviluppo senza limiti, ha maturato negli anni Ottanta il concetto di sviluppo sostenibile, uno sviluppo definito capace di futuro ed eco-compatibile, nonostante non rinunciasse a nessuno dei principi che ha condotto l’umanità di fronte ad una crisi ecologica gravissima.

La massimizzazione dei profitti e la scarsa considerazione per il benessere umano e naturale ha ridotto il discorso sulla sostenibilità ad una pura e semplice azione di marketing.

Un’economia integrale deve poter calcolare i costi di tutto il ciclo di vita di un prodotto, tenendo conto della rigenerazione naturale delle risorse utilizzate. Questo cambiamento comporta una nuova visione del lavoro rispettoso del benessere degli esseri umani e dell’uso responsabile delle risorse naturali.

Un posto speciale devono avere in questa nuova ecologia economica i poveri, i migranti, le popolazioni aborigene vittime della cultura dello scarto: una sincera preoccupazione per l’ambiente deve integrare gli ultimi.

Per questo motivo una reale strategia di cambiamento deve prevedere di arrestare la crescita avida ed irresponsabile nelle parti più ricche del mondo per permettere una sana crescita dei paesi più poveri, affinché anche quest’ultimi possano fare la loro parte nella cura della casa comune.

Questo processo di cambiamento dovrà essere fondato sulla fratellanza fra i popoli, dovrà disarmare l’economia, superando il paradigma della competizione ad ogni costo, e prevenire la regolazione delle controverse internazionali mediante conflitti armati che il mondo non può più permettersi, per l’alto rischio che essi conducano alla fine dell’esistenza umana sulla terra. I costi spesi per le armi potranno essere impiegate per costruire un’economia ecologica integrale, partendo dagli ultimi.

L’ecologia politica integrale

La scelta di un’economia integrale necessita di un diverso atteggiamento culturale nei confronti del limite, soprattutto nel rapporto con la tecnologia. Ma per superare la cultura dello scarto e guidare un processo di cambiamento del paradigma economico non basterà un cambiamento individuale. L’atteggiamento dei singoli di vivere una vita rispettosa dell’ambiente e promotrice di scelte eticamente corrette, non potrà salvarci dal disastro.

La ricerca di una via di mezzo è solo un modo per ritardare di affrontare il problema.

La crisi che stiamo vivendo, non è solo una crisi ambientale, ma sociale e culturale. Quindi i governi dovranno scegliere politicamente di adottare un approccio precauzionale verso le proposte di sviluppo, una scelta che viene ritenuta dai più troppo conservativa in quanto non permetterebbe lo sviluppo attuale, in quanto dovrebbe fermarsi di fronte a possibili impatti negativi di un’opera o di un’iniziativa economica sulla salute degli esseri viventi e dell’ambiente. Inoltre bisognerebbe educare le persone a costruire una cultura della sobrietà, perché il consumismo è la causa principale della crisi ecologica in cui ci troviamo.

A fondamento di tutti questi cambiamenti ci dovrà essere una scelta politica inequivocabile per la cultura della vita e della famiglia, luogo della formazione integrale primaria. In ultimo, per costruire una scelta di ecologia politica integrale, gli stati ed i popoli dovranno evitare dinamiche di dominio e di accumulazione consumistica alla base dei conflitti armati, abbracciando una scelta di costruzione della pace in grado di diffondere una cultura di pace.

L’ecologia integrale: “la realtà è superiore all’idea”

L’ecologia integrale cambia completamente paradigma, perché la cura della casa comune “esige anche di fermarsi a pensare e a discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo” (LS, n.138), quindi per proteggere l’ambiente si devono affrontare assieme tre questioni fondamentali: pace, lavoro, ambiente.

La crisi attuale non è, quindi, una crisi ambientale, ma è una crisi dell’essere umano rispetto alla sua ambizione di superare i limiti naturali attraverso la tecnica, costruendo una frattura profonda fra se stesso e la natura. Una crisi, quindi, umana che esplode in tutta la sua drammaticità nel Novecento. L’economia ha progressivamente abbandonato la costruzione del bene comune per inseguire la massimizzazione del profitto e l’efficiente allocazione delle risorse, sulla base di una meritocrazia sempre più tecnologizzata. Le vittime di questo percorso sono stati sempre i poveri.

La conversione ecologica, cuore dell’ecologia integrale

Per questo motivo alle fondamenta dell’ecologia integrale c’è la riconversione ecologica, fondata sulla costruzione della pace e una visione diversa dell’economia, in cui l’essere umano sia il centro, con il suo lavoro e la ricerca del suo benessere, e non venga ridotto a mero consumatore.

I principi guida sono:

il tutto è superiore alla parte, cioè non si può ridurre l’azione ecologica ad un problema ambientale, di difesa della natura, ma bisogna guardare nel suo complesso: al centro ci deve essere la protezione della vita umana e naturale, il suo rispetto responsabile;

il tempo è superiore allo spazio, quindi nelle scelte bisogna prediligere quelle che danno spazio a grandi ideali e comprendono il destino delle future generazioni.

Questo presuppone un cambio culturale fondamentale, in primis dal punto di vista economico. Bisogna cambiare la visione utilitaristica dell’essere umano e respingere la tentazione di uniformare globalmente le diverse culture, che sono preziose come le specie animali e vegetali, pensiamo all’Amazzonia e ai suoi abitanti, quotidianamente distrutti dalla cultura dello sfruttamento economico delle risorse. La cultura che sottende all’economia e politica occidentale è fondata sulla convinzione che ci sia un diverso valore fra le persone e le culture, che ci siano culture da scartare in quanto non meritevoli di rispetto. I poveri divengono vittime del sistema a cui si piega anche il diritto: da strumento per costruire e garantire il bene comune a strumento di oppressione degli ultimi.

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