I NO che fanno crescere

Questo articolo sui movimenti del NO, il primo di una serie di tre, nasce dalla preparazione per la partecipazione a “Il Lunedì di Città Nuova del 15 marzo dedicato a “Pfas nell’acqua, Terra dei fuochi e transizione ecologica”. Rappresenta una possibile risposta a chi si chiede: cosa rappresentano i NO? I movimenti del NO rappresentano, sul territorio, gli anticorpi che contrastano lo sviluppo economico ad ogni costo. Sono il pensiero responsabile che aiuta lo sviluppo, in una visione integrale. Perché quando lo sviluppo diviene ideologico, è doveroso dire NO.

Video integrale della puntata del 15 marzo 2021

Le sentinelle del mattino

Questi movimenti territoriali, come sentinelle del mattino, si pongono a protezione di quei beni comuni fondamentali che sono la salute e l’ambiente. Essi rappresentano l’ultima opposizione possibile ad uno sviluppo ormai senza alcun limite, frutto di una tecnologia che ha assunto una velocità tale, da divenire difficilmente controllabile e prevedibile nei suoi effetti anche a breve termine.

La tecnologia non ammette NO

Gli imprenditori ed i manager, dopo la seconda rivoluzione industriale, hanno incentivato ed inseguito questa accelerazione tecnologica. Essa è divenuta il fondamento di uno sviluppo economico competitivo che non ha mai ammesso freni, né di natura umana né naturali.

Accentrare i profitti, socializzare i costi

Nel tempo si sono sempre più accentrati i profitti e socializzati i costi umani e ambientali. Inoltre, siamo arrivati ad un punto in cui il confronto vede da una parte imprenditori e sindacati, in un’unione insolita a difesa del lavoro ad ogni costo, come se fosse un bene in sé, svincolato dal contesto. Spesso il confronto diviene uno scontro fra lavoratori e movimenti che promuovono la protezione della salute e dell’ambiente, come se i tre beni da tutelare, lavoro-salute-ambiente, fossero incompatibili.

La velocità seducente della tecnologia

La velocità unita alla voracità diviene una miscela esplosiva che seduce in maniera impressionante l’egoismo dei singoli e sfrutta la disperazione dei lavoratori. Questo diventa ancora più evidente in un periodo in cui il lavoro è sempre più sotto pressione per una continua erosione dei diritti.

Un grande assente: le istituzioni politiche

I NO propongono soluzioni per un diverso modello di sviluppo. Ma, per realizzare queste idee squisitamente politiche, non trovano mai l’interlocutore necessario: le istituzioni politiche. Ormai ripiegate sui tempi dei mass media, di fronte alle difficoltà di una strada nuova, i politici preferiscono ripiegare sul medesimo sistema economico che affonda le radici nell’Ottocento. Invece di scoprire nuove strade per costruire una possibile transizione ecologica.

Una possibile via per la transizione ecologica

Quella che questi movimenti delineano è una transizione ecologica che passa attraverso la critica del modello attuale di sviluppo. La loro richiesta è quella di osare un altro sviluppo, che metta assieme benessere e rispetto dei beni comuni, lavoro, salute e ambiente. Con lo sguardo al locale, costruiscono con forza e determinazione un bene più alto, quello globale. Quindi immaginano anche uno sviluppo industriale, ma che non metta la produzione ed il profitto davanti alla salute e all’ambiente.

Il fenomeno NIMBY è quello della classe dirigente

Il loro agire è, quindi, lontano dalla categoria che in senso spregiativo i detrattori designano come NIMBY, Not In My Back Yard. Ci troviamo di fronte a persone che fanno domande fondate, che cercano il senso delle scelte e non le fondano su un mero interesse immediato, ma su una prospettiva di passaggio fra le generazioni. Non vogliono spostare il problema in paesi lontani, non vogliono inviare i rifiuti in Africa o inquinare le acque potabili di altri paesi. Chiedono di risolvere il problema e di condividere le soluzioni, come bene comune, con la comunità internazionale.

Domande a cui rispondere

Quando ci troviamo di fronte all’avvelenamento dell’acqua e della terra, beni indispensabili alla vita, quale può essere un valore più alto? Lo è forse il profitto? Lo è il lavoro in sé? Cosa serve il lavoro se mette a repentaglio la vita dei propri figli e nipoti? O dei figli e nipoti delle persone che vivono nelle zone inquinate o da inquinare?

La scienza al servizio della vita

La scienza si deve utilizzare per migliorare la vita delle persone e non per avere un vantaggio competitivo. Qui avviene il punto di rottura con il mondo imprenditoriale e finanziario il quale, animato dalla competizione ad ogni costo, vede nella traduzione industriale dell’innovazione, la via per continuare a sopravvivere in un mondo che si confronta su know how e abbattimento dei costi. In questa corsa i lavoratori e l’ambiente sono solo costi da contrarre in una economia di guerra che non lascia spazio alla vita. I movimenti del NO si rifiutano apertamente di contribuire a costruire una società in guerra.

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