L’avvento del Cristianesimo

L’avvento del Cristianesimo

Il Cristianesimo portò nella cultura occidentale la considerazione che la terra fosse la creazione perfetta di un unico Dio, il cui amore divino donò la vita al mondo. Nella Genesi l’uomo, creato a Sua immagine e somiglianza, è rappresentato come il custode responsabile della creazione, unica fonte di sussistenza:

Dio, il Signore, prese l’uomo e lo mise nel giardino di Eden per coltivare la terra e custodirla. (Il libro della Genesi, La Bibbia in Lingua corrente, 2000, Cap. 2, v. 15)

La rottura in questo quadro perfetto ed armonioso, in cui l’uomo vive della terra, vero e proprio paradiso, è rappresentata dalla violazione dell’unica limitazione imposta dal Creatore fin dal principio: l’espressa proibizione di mangiare il frutto dell’albero, simbolo della conoscenza di tutte le cose, la cui trasgressione ha comportato conseguenze non solo naturali, ma anche morali (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, 1995, p.60). Il cristiano deve vivere la sua vita come conseguenza del suo peccato originale diviso dalla dualità tra il corpo, plasmato con la terra, e l’anima, soffio vitale di Dio. La dualità di corpo e anima, in una gerarchia che vede l’anima dominare il corpo e rispondere solamente a Dio, non impose all’umanità il dominio e la distruzione della natura. La preferenza cristiana per l’ordine divino non spinge l’uomo verso il rigetto della corporeità come peccato, piuttosto lo spinge verso una riconciliazione con il creato, perché la devastazione ed il disordine sono il frutto della lontananza dal disegno di Dio, come affermò Giovanni Paolo II, nel messaggio per la XXIII giornata mondiale della pace del 1990.

San Benedetto (480 – 547) e San Francesco (1182 – 1226) sono due esempi di vita vissuta pienamente rispettando la propria responsabilità verso il creato.
La Regola benedettina di vita monastica basata su tre caratteristiche fondamentali, il pregare, il lavorare e l’esercitare l’autorità in modo paterno, indicò all’uomo la via per purificarsi attraverso l’operosità e la preghiera, per nobilitare l’ambiente con il suo lavoro, per contemplare la bellezza del creato con riverenza, rispettando la verità da cui si è originata.
San Francesco testimoniò con la vita e con le opere il suo amore per la natura. Il suo messaggio di fratellanza universale era rivolto a tutto il mondo naturale di cui ha cantato la bellezza nel “Cantico di Frate Sole” o “Cantico delle creature”, un inno di lode a Dio ed al suo creato ed una esaltazione della natura nella sua utilità al mondo. Il saluto a sorella acqua considerata “molto utile”, al vento soffio di vita, alla madre terra come fonte di nutrimento, rappresenta un ringraziamento per a Dio per il dono che ci ha fatto, che, però, deve non assecondare il desiderio di possedere, saccheggiare e sacrificare inutilmente la vita animale e vegetale.
Nonostante gli esempi di Benedetto e Francesco, va

“notato che quest’idea di responsabilità nei confronti della creazione ha avuto poca efficacia dal punto di vista storico, si è infatti data molta più importanza all’operare del singolo uomo e ai suoi compiti nel lavoro, piuttosto che dare rilevanza al mondo vitale esterno all’uomo”
(E. Sgreccia, M.B. Fisso (a cura di), Etica dell’ambiente, 1997, p.36).