I cattolici e la questione ecologica prima della Laudato si’ – 1° parte

Inizio, con questo post, un breve percorso nel rapporto fra i cattolici e la questione ecologica. I primi post saranno una presentazione di quanto c’era prima della Laudato si’. Poi cercherò di ragionare sull’attualità dell’enciclica, perché affronta le problematiche ambientali che viviamo tutti i giorni: energia, rifiuti, trasporti, acqua, aria, clima, consumo di suolo.

Il tutto ragionando sui rischi e le opportunità delle nuove tecnologie; il rapporto fra salute, ambiente, cibo, benessere; la necessità di costruire la pace per rispettare la casa comune e vivere equamente lo sviluppo in un’ottica globale. L’enciclica, quindi, non è un punto di arrivo, ma costituisce un incipit da conoscere per la cura dell’ambiente.

Gli inizi

L’etica ambientale cattolica, prima dell’enciclica Laudato si’, ha avuto un forte contributo dal pontificato di Giovanni Paolo II, il quale attraverso le sue encicliche ha cercato di coniugare il rispetto per il creato con un nuovo modo di guardare allo sviluppo, uno sviluppo che avesse al centro l’uomo ed il bene comune e non il profitto[1].

Giovanni Paolo II illustrò in modo chiaro l’inconciliabilità del sistema attuale con la speranza di una vita dignitosa di tutti gli uomini sulla terra[4] ma le sue encicliche hanno un debito con i lavori dei predecessori come Giovanni XXIII, che sottolineava la necessità di giustizia nei rapporti economici fra i popoli[2], e Paolo VI, che chiedeva di coniugare sviluppo economico e giustizia fra le nazioni volgendo lo sguardo alle popolazioni affamate del terzo mondo[3].

Le encicliche di papa Giovanni Paolo II

Il punto di partenza della morale cattolica nei confronti dell’ambiente passa attraverso il riconoscimento della pericolosità del desiderio di perseguire sempre e comunque l’utilità di ogni cosa, senza interrogarsi sugli esiti del progresso tecnico-industriale, il cui risultato viene ritenuto comunque positivo. Nell’enciclica “Centesimus annus” il papa Giovanni Paolo II sottolineava che

“accanto al problema del consumismo e con esso strettamente connessa, è la “questione ecologica”L’uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita. Alla radice dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L’uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma ed una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può sì sviluppare, ma non deve tradire”[5].

La necessità dell’etica ambientale cattolica di mantenersi in un’ottica antropocentrica “nasce dal fatto che non si può prescindere dall’avere come referente primo l’uomo, se si vuole fondare un’etica dell’ambiente realmente capace di proporre soluzioni operative”[6] e cercare così una risposta alla “preoccupazione ecologica”, ritenuta dal papa polacco uno dei segnali positivi dei nostri tempi, perché capace di rendere l’umanità “consapevole dei limiti delle risorse disponibili, la necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della natura e di tenerne conto nella programmazione dello sviluppo, invece di sacrificarlo a certe concezioni demagogiche dello stesso”[7]. In questa direzione tendono tutti i riferimenti alla crisi ecologica fatti da Giovanni Paolo II che unisce l’ambiente alla condotta umana, descrivendo un’armonia fra uomo e creato che si può raggiungere solo attraverso la consapevolezza dell’interdipendenza affidata alla responsabilità dell’uomo verso sé stesso, gli altri e le generazioni future.

[1] CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes. Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Nel capitolo III le considerazioni sulla vita economica ed alcuni aspetti caratteristici contemporanei devono considerare l’uomo il centro e il fine di tutta la vita economica e sociale” perché benché la diffusione del benessere “potrebbe permettere una attenuazione delle disparità sociali, troppo spesso essa si tramuta in causa del loro aggravamento o in alcuni luoghi perfino nel regresso delle condizioni sociali dei deboli e del disprezzo dei poveri.

[2] GIOVANNI XXIII, lettera enciclica Mater et Magistra.

[3] PAOLO VI, Lettera enciclica Popolorum Progressio, punto 44 (Fraternità dei popoli) Paolo VI sottolinea che il dovere di fraternità dei più favoriti, i pesi più ricchi, è racchiuso tutto in tre obblighi che devono assolvere: il dovere di solidarietà, il dovere di giustizia sociale e il dovere di carità universale.

[4] GIOVANNI PAOLO II, lettera enciclica Sollicitudo Rei Socialis.

[5] GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus Annus, punto 37.

[6] SGRECCIA, M.B. FISSO (a cura di), Etica dell’ambiente I, Medicina e Morale 46 (1996,6) 1057-1082; II, 47 (1997,1) 57-74.

[7] GIOVANNI PAOLO II, lettera enciclica  Sollicitudo Rei Socialis.