Cominciare dal prossimo come il buon samaritano

La parabola del buon samaritano è un ammonimento per tutti: quante volte ci siamo girati dall’altra parte? Per noi è difficile pensare agli ultimi come nostri fratelli. Abbiamo sempre pensato: qualcun altro se ne occuperà. Invece di praticare la carità nella realtà, preferiamo lasciarci prendere dallo sconforto dell’inerzia, che ci annichilisce.

Il seguente paragrafo della Fratelli tutti ci spinge a curare le ferite, facendoci carico del dolore di chi non ce la fa:

È possibile cominciare dal basso e caso per caso, lottare per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo, con la stessa cura che il viandante di Samaria ebbe per ogni piaga dell’uomo ferito. Cerchiamo gli altri e facciamoci carico della realtà che ci spetta, senza temere il dolore o l’impotenza, perché lì c’è tutto il bene che Dio ha seminato nel cuore dell’essere umano. Le difficoltà che sembrano enormi sono l’opportunità per crescere, e non la scusa per la tristezza inerte che favorisce la sottomissione. Però non facciamolo da soli, individualmente. Il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità; ricordiamoci che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma».[60] Rinunciamo alla meschinità e al risentimento dei particolarismi sterili, delle contrapposizioni senza fine. Smettiamo di nascondere il dolore delle perdite e facciamoci carico dei nostri delitti, della nostra ignavia e delle nostre menzogne. La riconciliazione riparatrice ci farà risorgere e farà perdere la paura a noi stessi e agli altri.

Paragrafo 78

Il prossimo non ci può lasciare indifferenti

I poveri non ci lasceranno dormire“, titolava un libro di padre Alex Zanotelli, edito nel lontano 1996. Ma non è stato così. Continuiamo a dormire ed a guardare con indifferenza verso i bambini e gli adulti che muoiono di fame e guerre in quei Paesi che hanno la sfortuna di vivere su qualcosa di importante per lo sviluppo ed il consumo dell’Occidente. Se osserviamo la cartina delle guerre in corso, esse si possono sovrapporre ai luoghi di maggior dolore e sofferenza. La guerra genera morte, mutilazioni e povertà, da cui si sfugge cercando di emigrare verso il benessere occidentale. Noi, ipocritamente, “ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché non ci toccano direttamente”.

Il circolo diabolico della fortezza del benessere

Semplicemente, non vogliamo più vedere il circolo diabolico che abbiamo creato:

  • armiamo le parti in guerra per nostro conto per conservare il nostro benessere;
  • promuoviamo interventi di peace keeping, mentre le parti in guerra raggiungono gli obiettivi;
  • osserviamo mentre la guerra distrugge tutto, giovani vite e famiglie, trasformando bambini in soldati, seminando povertà dove c’era una dignitosa esistenza;
  • assistiamo alle conseguenze delle guerre, con miseria e disperazione che costringono chi può alla fuga verso i nostri paesi per cercare un futuro migliore;
  • si crea un nuovo tragico traffico, quello degli esseri umani in fuga;
  • reagiamo chiudendo le frontiere, costruendo l’immagine dell’invasione culturale, con i rischi di attacchi alla nostra identità, l’arrivo di malattie scomparse, l’infiltrazione di terroristi;
  • soprattutto, ci anima la paura di perdere quel benessere che difendiamo con le unghie e con i denti;
  • costruiamo un diritto che giustifichi la nostra disumanità, fatta di respingimenti in mare e in terra, costruzione di strutture di detenzione per persone immigrate che non hanno commesso alcun reato;
  • finanziamo i paesi che bloccano i flussi, con metodi che ricordano i campi di concentramento nazisti;
  • perdiamo tempo in sterili discussioni su cifre e flussi e dimentichiamo che parliamo di persone, con la loro dignità.

Curare l’altro, curare la natura

La stessa logica perversa anima l’economia fondata ormai sulla cultura dello scarto. Un esempio è la trasformazioni delle periferie delle grandi città africane in discariche a cielo aperto. Un razzismo ecologico che si fonda sulla medesima logica che viene adottata con gli esseri umani: portiamo il problema dello smaltimento dei rifiuti tecnologici e pericolosi verso paesi poveri dove non ci sono controlli e lo smaltimento non interessa a nessuno. L’allontanamento del problema crea le condizioni per la distruzione della casa comune, condannando intere comunità a vivere nella spazzatura, maleodorante e pericolosa. Ma avvelenando la terra, avveleniamo anche la nostra casa, dove viviamo anche noi. Stiamo vivendo dal 2020 anche sulla nostra pelle, quanto sia vera la frase “tutto è connesso”: un virus che si è diffuso in un paese lontano, la Cina, può mettere in ginocchio l’intero pianeta.

Diisarmare l’economia

Questi che stiamo osservando “sono i sintomi di una società malata, perché mira a costruirsi voltando le spalle al dolore” (Fratelli Tutti, 65). Siamo ormai chiusi in un circolo vizioso, fatto di profitto, produttività, conflitti, che dimentica la centralità della vita di ogni essere umano e l’importanza di ogni essere vivente. Abbiamo un disperato bisogno di disarmare l’economia, ricominciando dalla solidarietà verso il prossimo, con lo stesso atteggiamento caritatevole del buon samaritano. Dobbiamo agire con chi e quanto ci è vicino, ma con lo sguardo fisso verso una comprensione integrale delle piaghe della casa comune, perché tutto è connesso.